mercoledì 7 novembre 2012

"In quieta ricerca" XII

Quando ho deciso di raccogliere parte dei miei scritti in un libro, per la copertina non ho avuto dubbi: malgrado l’appassionata frequentazione della pittura occidentale, da Masaccio a Bacon, malgrado l’amicizia con artisti di chiara fama, ho voluto che ci fosse un disegno che evocasse una delle mie grandi passioni: il fumetto. Per questo ho scritto a Christian Mirra, autore di uno dei graphic novel più importanti degli ultimi anni, sia per quello che racconta sia per come lo racconta. E Christan, sulla base di poche mie indicazioni (un omino che si muove tra città e campagna) ha tirato fuori una cosa tutta sua, con la bella invenzione dei libri che prendono il volo… 
Ci tenevo, però, oltre a ringraziare ancora Christian, a sottolineare che la scelta – oltre al dovuto omaggio al fumetto, con il quale ho elaborato da giovane le mie categorie morali e parte della mia estetica – ha valenza teorica e pratica nello stesso tempo. La bicicletta, infatti, per me non è uno svago ma il simbolo di una tecnologia “buona e intelligente”, che amplifica le facoltà umane senza corromperle. E non inquina, fa bene alla salute, facilita le relazioni… e… 
Nella primavera del 2011 tenni degli incontri seminariali, ospitati dal L@p – Asilo 31, dedicati alla lettura di un breve testo di Ivan Illich, tradotto in italiano con Elogio della bicicletta. Illich è uno dei maestri “eretici” di cui parlo nel libro… A gennaio dovrei iniziare un altro breve seminario a lui dedicato. Quest’anno ricorre il decennale della scomparsa. Nel libriccino la tesi di fondo è che una società è tanto più iniqua quanti più quanta di energia consuma. Fu illuminante per me: cambiare tecnologie e andare verso il futuro, ad esempio, con la bicicletta (sì, ho scritto proprio andare verso il futuro…) non incide solo sulla qualità della vita (aria, salute del corpo, relazioni, vivibilità cittadina) ma anche sulla giustizia sociale.

lunedì 5 novembre 2012

"In quieta ricerca" XI


Questa raccolta di brevi scritti di Nicola Sguera parla di un unico tema, e cioè dell’attraversamento di una soglia, di un rivolgimento interiore e al contempo planetario che stiamo sopportando tutti insieme, dentro una spessa caligine di inconsapevolezza, e cioè senza una cultura che illumini il senso del transito in atto.
Concentrando la propria attenzione sulla natura di questo tempo estremo, in cui ciascuno di noi convive con uno stato terminale e con un barlume di auroralità, il libro non può che riferirsi a quegli autori che lungo il XX secolo si sono dedicati alla passione escatologica di una fine che segnala alle orecchie davvero deste i presagi di un avvento. Ad esempio Martin Heidegger negli anni ’50 scriveva: «Se penseremo in base all’escatologia dell’essere, dovremo un giorno aspettare l’estremo del mattino nell’estremo della sera, e dovremo imparare oggi a meditare così su ciò che è all’estremo».
Purtroppo questa riflessione sul senso delle varie fini in atto (fine delle ideologie, della modernità, dell’Occidente, della storia delle guerre, del matrimonio patriarcale, di un certo cristianesimo, della democrazia liberale, ecc.) è ancora molto carente, e questa povertà di pensiero spiega la depressione psichica prima che economica, e spirituale prima che culturale, dei popoli europei.
Nicola perciò si concentra su quei “maestri eretici” che invece si sono consacrati alla sperimentazione fisica, direi, del proprio trapasso, e della transizione antropologica in cui siamo centri-fugati come in un vortice tremendo: da Bonhoeffer a Kuhn, da Char a Tarkovskij, da Simone Weil a Morin, e così via.
Che cosa unisce questi ricercatori così estremi?
Proprio la loro dedizione, la loro sensibilità ai moti sottilissimi del Nascente, di quella umanità rinnovata che sta tentando di emergere in noi e sul pianeta terra, per sostituirsi a forme di conoscenza e di convivenza ormai del tutto inadeguate, stantie, false, e sostanzialmente insostenibili.
Questi autori di conseguenza vivono sul limite dei tempi, sulla soglia, ed esorbitano da ogni ripartizione accademica dei saperi, in quanto il Nascente sconvolge proprio quelle frontiere mentali che abbiamo edificato lungo i secoli tra scienza e visione, tra poesia e verità, tra spirito e materia, tra contemplazione e trasformazione del mondo.
Nicola in sostanza non vuole distrarsi, non vuole “fare letteratura”, e non può neppure “filosofare”, perché percepisce con troppa sofferenza, dentro le fibre emotive della propria carne, il tracollo di un’epoca intera, e l’urgenza di un rovesciamento senza precedenti.
In tal senso i suoi sono scritti rivoluzionari.
Il termine Rivoluzione va infatti assolutamente recuperato, purificandolo dalle deformazioni, dalle limitazioni concettuali, e dalle violenze in cui lo abbiamo interpretato negli ultimi trecento anni.
La Rivoluzione è invece innanzitutto un moto di Ritorno, un termine astronomico, che ci indica che torniamo però andando in avanti, come diceva Char: il ritorno è in avanti.
La Rivoluzione in atto è una trasformazione antropologica, la fine di un’intera figurazione storico-culturale dell’umanità. La Rivoluzione è cioè un’onda in cui siamo già tutti coinvolti, a noi spetta solo di collaborare a questa transizione, e cioè di comprenderne e di facilitarne la direzione evolutiva.
Partecipare consapevolmente a questa Rivoluzione significa insomma impegnarsi attivamente nella propria e al contempo cosmica guarigione, e cioè nella trasformazione, cellula per cellula, di tutte le nostre distorsioni, paure, rabbie, disperazioni, e conseguenti distruttività. È un immenso lavoro interiore e insieme culturale, e alla fine necessariamente anche politico. Questo è in realtà il novum, ancora non ben individuato, del XXI secolo: dobbiamo comprendere che la rivoluzione indilazionabile di tanti assetti violenti e ingiusti di questo mondo non può procedere se non è accompagnata e ispirata ad ogni passo dai processi della nostra più intima e quotidiana liberazione interiore.

Marco Guzzi

Marco Guzzi è poeta e saggista. L’ultimo suo libro è Il cuore a nudo.

domenica 4 novembre 2012

"In quieta ricerca" X

Non a caso Giancristiano Desiderio è una delle persone che ho voluto ringraziare ad apertura di libro, essendo stato in questi anni un interlocutore prezioso in maniera direttamente proporzionale alla distanza che separa le nostre “visioni del mondo”, distanza che non ha impedito (anzi, ne è stato elemento propulsore) di creare, insieme ad Amerigo Ciervo, la Libera Scuola di Filosofia del Sannio, palestra dialettica, esercizio permanente del dialogo tra diversi.
L’articolo che ha voluto dedicarmi (Ciò che dice e ciò che non dice Nicola Sguera) su Sanniopress ne è conferma, cogliendo problematiche centrali del libro ma da un’angolazione e con attrezzi culturali totalmente altri. Per questo è per me, che vivo la pubblicazione del libro come una messa a punto o una messa in discussione degli “attrezzi” costruiti negli ultimi vent’anni, uno stimolo importante.

1) Ethos. Giancristiano parte dalla premessa che il vero nucleo di quanto vado scrivendo sia da ricercarsi nella vita, concepita eticamente. Assolutamente vero, ma già qui mette in campo la sua strumentazione che predilige la “distinzione”, mentre l’assunto (anche esplicito) di In quieta ricerca è la volontà di tenere insieme, di tessere insieme (in maniera “complessa”) non solo teoria e prassi ma tutti gli ambiti dell’umano, che retroagiscono l’uno sull’altro. Per me l’etica è ipso facto politica, ma anche estetica e spiritualità (per citare solo gli ambiti che frequento con più consapevolezza). 

2) La svolta. Che cos’è la “svolta”? Scrive Giancristiano: «[Essa] quando verrà, fonderà un nuovo mondo in cui la tecnica che ci signoreggia si inabisserà definitivamente permettendo così che l’essere esca dall’oblio». Termine entrato nel lessico filosofico grazie ad Heidegger, per spiegare l’evoluzione del suo pensiero, esso a me evoca in primis quel turning point che dà il titolo ad un libro importante di Fritjof Capra (Il punto di svolta) e poi il primo libro di Marco Guzzi, nume tutelare e prefatore di In quieta ricerca, a cui esplicitamente ispiro parte importante delle mie riflessioni. L’errore che, però, compie Giancristiano è di vedere nella “svolta” o una necessità teleologica (sul modello hegelo-marxista) o un’attesa fideistica. Da una parte, invece, la “svolta” è una urgenza del nostro tempo, dettata da motivi che sono di ordine ecologico ed economico (ma anche etico e spirituale, ovviamente), pena l’autodistruzione di condizioni di vita “umane” sulla Terra-Madre che ci è stata affidata in custodia. Da questo punto di vista, dunque, nulla di esoterico o “metafisico”. Svolta come cambiamento radicale, come superamento della “preistoria” in cui ci troviamo ancora a vivere sia nel rapporto uomo-natura che nel rapporto uomo-uomo, entrambi fondati sullo sfruttamento e la vessazione. Dall’altra, invece, la “svolta” richiama l’urgenza di un ripensamento ab imis della metafisica e dell’ontologia (di qui la centralità del pensiero heideggeriano, su cui tornerò). Solo rispondendo in maniera diversa (a livello della “teoria”) alla domanda “originaria” posta dal pensiero greco («Che cos’è l’essere?») sarà possibile quella radicalità (nella “prassi”) di cui il nostro tempo “terminale” ha bisogno. Anche qui, dunque, un nesso inscindibile, complesso, fra la teoria e la prassi. L’una, se non cerca sempre di incarnarsi, rischia una luciferina ascesa iperurania e, dunque, l’insignificanza, l’altra, priva di “sguardo”, di teoria appunto, rischia di compiere errori clamorosi (come la storia del comunismo, ad esempio, dimostra). Ma, in ogni caso, vorrei fosse chiaro che la “svolta” non accadrà senza un’attiva partecipazione degli uomini. Questo, per evocare il noto verso di Hölderlin, è il tempo del “massimo pericolo”. È vero: cresce anche “ciò che salva”. Ma il pericolo è totale. È il pericolo dell’annichilimento dell’umano nell’uomo e del luogo del suo abitare. La “svolta” non è una necessità: è una speranza, che va supportata nel pensiero e nell’azione. La storia non è retta da alcun telos. L’uomo è libero in essa di dannarsi o di salvarsi. 

3. Heidegger. Con Giancristiano abbiamo già proficuamente duellato sul problematico pensatore della Selva Nera. Non ripeterò argomentazioni di quel confronto. Volevo, invece, sottolineare come, in realtà, non sia vero che «il pensiero di Heidegger è innalzato a chiave di lettura di tutta la storia della filosofia» o che sia il pensatore fa ombra a tutti gli altri. Nell’"Introduzione" ho scritto che forse l’unico aspetto originale di In quieta ricerca è il tentativo di far interagire pensieri e vite lontanissime tra loro. Il pensiero di Heidegger è monco su questioni per me assolutamente centrali, va integrato e messo in cortocircuito con mondi lontanissimi da lui. Giancristiano, poi, riprende la sua assimilazione dell’heideggerismo (di cui rivendico un’interpretazione non “urbanizzata”, gadameriana ma radicale, “rivoluzionaria”) allo storicismo crociano nel «cambiamento del concetto di verità […]: la verità non è più un rispecchiamento ma una creazione, è storia o, per usare l’enfasi heideggeriana, evento». In realtà, come ben coglie Roberto Esposito nei suoi libri recenti, in Heidegger, come in altri autori (penso al mio amato Char) c’è sempre qualcosa che è “a monte”, che non è nel flusso del divenire storico (anche se questo “a monte” non è “origine”, non può, se non equivocato, come accadde all’Heidegger “nazista”, divenire, semplicemente “tradizione”). Questo “a monte” (che potrei anche definire, con Celan e Illich, “a nord del futuro”) è spiazzante rispetto alle categorie temporali cui è avvezzo lo storicismo, perché le fa esplodere: è un “a monte” ma non è “origine”, è sì “futuro”, ma un futuro cui non si giunge con mappe e percorsi lineari (“a nord del futuro”). E non è l’essere a «bucare» la storia, ma l’uomo che riesce a riorientare il suo sguardo e il suo ascolto (sull’essere). 

4. Poesia. Giancristiano scrive che «questo pensiero del nuovo inizio – che a Nicola piace chiamare pensiero poetante - svolge la stessa funzione che un tempo svolgeva l’emancipazione del progresso o della rivoluzione». No! Il pensiero poetante è intimamente “rivoluzionario”. Marco Guzzi oggi è uno dei pochi pensatori (poeti!) a non temere di usare la parola rivoluzione. La poesia (intesa non come tecnica o genere) non è il lusso di anime belle ma quello sguardo e quell’ascolto di cui necessita una rivoluzione integrale. Il poeta è colui che si libera dello sguardo rapace, dal dominio e prepara la possibilità di un’altra vita, di una “reliance”, come la chiama Morin, tra uomo e mondo e uomo e uomo. Paradossalmente, dunque, non posso che condividere la chiusa della riflessione di Giancristiano: ciò che accade non è in nostro potere (questa era l’illusione “umanistica”, poi fattasi prometeica e ora, per certi versi, post-umana: la tecnica sembra guidare la storia) perché siamo – inconsapevolmente – parte di un “antropocosmo” complesso; ma nello stesso tempo siamo chiamati a fare quanto in nostro potere – lavorando su di noi e sulle comunità in cui viviamo, nelle teorie e nelle buone pratiche – perché il degrado della nostra dimora terrestre e delle relazioni interumane sia corretto, senza illusioni palingenetiche. Il “millennio” sia solo la perfezione che ci permetta di misurare la miseria del nostro tempo, chiedendo ogni giorno a noi stessi «a che punto è la notte».

giovedì 1 novembre 2012

"In quieta ricerca" VIII

La parte più interessante del libro In quieta ricerca di Nicola Sguera è quella non scritta. Non è una battuta, tantomeno un paradosso, ma un complimento. I migliori libri di filosofia hanno una parte scritta e una orale. Il libro di Nicola appartiene a questa categoria per un motivo tanto semplice quanto vero: perché in lui il pensiero trae i succhi dalla vita per ritornare alla vita. La filosofia – anche se Nicola non crede all’esistenza della disciplina, e fa bene - è intesa come vita filosofica o vita etica, e la morale, sull’esempio di Bonhoeffer, non è formalismo ma vita concreta (ma questo, ossia che Gesù e Paolo non erano né filosofi né dottrinari ma creatori di ethos, me lo dice anche un mio vecchio amico che scriveva di queste cose e le praticava sotto le bombe americane, tedesche e durante la dittatura mussoliniana). Solo che in Nicola la vita morale è vissuta nell’attesa di una svolta che, quando verrà, fonderà un nuovo mondo in cui la tecnica che ci signoreggia si inabisserà definitivamente permettendo così che l’essere esca dall’oblio dell’oblio e così sia. È questa speranza, che mi fa venire in mente la canzone di Tenco («Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà…»), che rende la ricerca di Nicola inquieta e quindi saporita ma allo stesso tempo rischia di trasformarla in dottrina o, peggio, in quell’ideologia da cui rifugge come da un peccato di gioventù.

Nel testo vi sono tanti nomi, ma tutto – sia ciò che è scritto sia ciò che non è detto - ruota intorno al pensiero di Heidegger che è presente troppo e troppo poco. Il troppo dipende dalla lettura che si fa della storia della filosofia e addirittura della storia dell’Occidente: tutta la storia della filosofia, a partire da Platone per giungere a Nietzsche e alla Tecnica passando per Cartesio e Kant e il loro soggetto, è letta come un destino dell’oblio dell’essere. In altre parole, il pensiero di Heidegger è innalzato a chiave di lettura di tutta la storia della filosofia, proprio come gli hegeliani facevano con la filosofia di Hegel. Ma questa interpretazione destinale di tutta la filosofia è un’esagerazione di Heidegger che neanche Gadamer prendeva sul serio e, anzi, metteva in guardia dal seguirla. Per un motivo anche abbastanza semplice: perché la storia del pensiero è molto più ricca di ogni sua riduttiva interpretazione. L’idea di vedere nella storia della filosofia solo la soluzione di un unico grande problema impoverisce la nostra stessa interpretazione storiografica perché ci priva dei concetti direttivi che sono la fonte stessa della storiografia. Il troppo poco dipende invece dal fatto che Nicola non assume fino in fondo il cambiamento del concetto di verità che anche in Heidegger, come nella tradizione dell’idealismo tedesco e dello storicismo italiano, è presente: la verità non è più un rispecchiamento ma una creazione, è storia o, per usare l’enfasi heideggeriana, evento. Se lo facesse gli verrebbe meno l’elemento – l’essere - che può “bucare” la storia e così, quando sarà, cambiarla con una fine che è un nuovo inizio o un tramonto che è una nuova alba. Questo pensiero del nuovo inizio – che a Nicola piace chiamare pensiero poetante - svolge la stessa funzione che un tempo svolgeva l’emancipazione del progresso o della rivoluzione. Solo che nel tempo della gioventù la rivoluzione era politica, mentre ora nel tempo della maturità la rivoluzione è poetica. Se un tempo c’era il progresso, oggi c’è l’utopia: se l’ideologia progressista si è rivelata fasulla e sbagliata perché, in fondo, apparteneva alla stessa famiglia prometeica della tecnica che riduce l’essere a oggetto o semplice-presenza, il principio utopico della speranza lascia essere ciò che non è ancora. Se Nicola storicizzasse fino in fondo il concetto di verità incontrerebbe la libertà come elemento che “buca” in modo sui generis la storia, ma non lo fa perché con la libertà incontra anche i tabù: il capitalismo, il mercato, il moderno, la razionalità, la scienza come tragica storia umana e non più destino o erranza. Il passaggio dall’idea di progresso a quella di utopia è un passo in avanti ma, come nel giro di una prigione, ci si muove sempre nel meccanismo ideologico, tanto che il capovolgimento del mondo tecnico nel mondo poetico equivale a uscire dal dominio proprio per dominare ciò che non si lascia signoreggiare. Come se ne esce? Non prendendo troppo sul serio Heidegger, altrimenti, come diceva proprio Josè Mourinho reinterpretato benissimo da Nicola, si corre il rischio che chi capisce solo Heidegger non capisca niente di Heidegger che ci offre proprio una di quelle teleologie da cui Nicola rifugge. Se ne esce coniugando insieme possesso e abbandono, senza ritenere che dove ci sia l’uno non ci sia l’altro. Possesso e abbandono co-esistono sempre e non sono utopici. Sono le due regole calcistiche senza le quali non c’è condizione umana. Ma ne riparliamo un’altra volta. 

Giancristiano Desiderio

L’articolo è apparso su Sanniopress
Giancristiano Desiderio è scrittore e giornalista, studioso, tra l’altro, dell’opera crociana e autore di fortunati libri sul rapporto fra calcio e filosofia.